La sfida italiana all’idrogeno

08/04/2021

Decarbonizzazione

8 minuti

Assorisorse è sempre più impegnata in tematiche riguardanti la transizione energetica e lo sviluppo di tecnologie orientate alla decarbonizzazione dei processi industriali.
Tra questi senza dubbio la filiera dell’idrogeno, tema centrale di uno dei nostri Gruppi di Lavoro che sta completando un approfondimento sulle tecnologie e gli impatti sul business della filiera. A questo proposito abbiamo ascoltato con attenzione le parole dei protagonisti di due eventi online dedicati all’Idrogeno, organizzati da Corriere della Sera e Sole 24 Ore.

«Nell’ecosistema europeo dell’idrogeno, il nostro Paese può avere un ruolo di leader» sostengono i big del settore dell’energia, impegnati in una collaborazione senza precedenti anche a causa dell’emergenza economica. Ovviamente il tema dei costi è al centro delle strategie di decarbonizzazione: per indirizzare fin da subito le scelte di investimento, oggi l’idrogeno va reso più competitivo rispetto ad altre soluzioni. Le risorse non mancano – spiegano gli intervenuti – a cominciare da quelle del Recovery Plan. Ma occorre utilizzarle nel modo migliore, creando una filiera italiana efficiente e ben inserita nel contesto internazionale.

Ad aprire i lavori dell’evento digitale del Sole24Ore è stato il Ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani: «L’idrogeno è senza dubbio una soluzione, ma dobbiamo creare le condizioni perché questo diventi il vettore principale nel più breve tempo possibile. Quando le tecnologie saranno consolidate e caleranno di prezzo, allora servirà investire nell’infrastruttura. La nostra strategia deve essere adattativa e la velocità è fondamentale». Il ministro promette un’azione molto decisa sia per la semplificazione delle operazioni, sia sul fronte dei bandi e dei permessi. «Nei prossimi giorni presenteremo un pacchetto di proposte. Perché avere le risorse senza la capacità di spenderle, rappresenterebbe una doppia sconfitta».

«Esistono molti spazi nelle rinnovabili e nell’idrogeno» ha detto Stefano Grassi, capo di gabinetto del Commissario all’Energia della Commissione Europea, nel corso dell’evento organizzato da Rcs Academy. «I Paesi della sponda sud del Mediterraneo – ha spiegato Grassi – hanno un forte potenziale e i Paesi del Nord Europa prevedono di consumare idrogeno: per la sua posizione geopolitica l’Italia può essere quindi il legame naturale tra queste diverse aree. Il nostro Paese ha aziende di eccellenza nel settore energetico, dispone di diverse soluzioni tecnologiche, ha un forte potenziale domestico ma può anche importare idrogeno dall’estero. Inoltre abbiamo la rete del gas più vasta e ramificata d’Europa, che può trasportare anche H2 in modo efficiente e con costi contenuti. Per questo sono convinto che l’Italia potrà avere un ruolo di primo piano nella creazione di un’economia europea dell’idrogeno». Ad aiutare in questa corsa ci sono anche i fondi europei. «Abbiamo tra il bilancio a lungo termine e il NextGen Eu 1.800 miliardi. Lo strumento del Recovery and Resilience Facility mobiliterà 675 miliardi di cui il 37% per progetti verdi» ha concluso Stefano Grassi.

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Descalzi: «Dall’idrogeno una nuova spinta a industria e mobilità»

Claudio Descalzi, CEO del gruppo Eni (e primo produttore di idrogeno in Italia), è intervenuto ad entrambi gli eventi, spiegando che la transizione ecologica sarà lunga. «Dobbiamo pensare che il carbone ha ancora un peso rilevante a livello globale sulla produzione di energia elettrica. Non possiamo eliminarlo, ma possiamo introdurre fonti low carbon complementari». Non a caso Eni sta investendo sulla produzione di idrogeno blu e verde. «Siamo i primi produttori e consumatori in Italia di idrogeno – ha spiegato Descalzi – e lo utilizziamo per soddisfare i bisogni di idrogeno delle nostre raffinerie, dei nostri impianti chimici e nelle nostre centrali elettriche. Stiamo lavorando per raggiungere al 2050 la decarbonizzazione di tutti i nostri prodotti e lo stiamo facendo con tecnologie proprietarie al 95%» ha aggiunto. Nelle raffinerie di Gela e Taranto sono due i progetti legati all’elettrolisi (con Enel) mentre a Brindisi Eni ha modificato le turbine per utilizzare idrogeno fino al 20%.

Per Descalzi non c’è una competizione tra idrogeno blue o green: «Ogni volta che si cerca una contrapposizione, si rallenta il sistema energetico. E il sistema energetico non è un sistema ideologico, ma tecnologico, in cui bisogna lavorare in funzione dell’impatto dei costi, del mix energetico e degli obiettivi di breve medio e lungo termine relativi alla decarbonizzazione. Per questo non possiamo pensare di fare la transizione energetica senza la cattura della CO2, ovvero senza l’idrogeno blu. L’H2 green ha, infatti, ancora un problema di competitività in termini di costi: al momento gli studi di fattibilità che stiamo svolgendo con Enel per Gela e Taranto posizionano il prezzo dell’idrogeno verde tra i 6 e gli 8 euro a chilogrammo, ben lontano dalla soglia dei 2 euro ritenuta il target per il 2030». Inoltre, ha ricordato Descalzi, ci sono altri problemi da affrontare, come «la necessità di disporre di grandi quantità di acqua demineralizzata, 9 tonnellate per ogni tonnellata di H2 prodotto, e di avere una fornitura di energia continua, cosa che il fotovoltaico non è in grado di garantire».

Occorre quindi scommettere su nuovi fronti e l’idrogeno può fornire, secondo il CEO di Eni, grandi soluzioni in campo industriale e nella mobilità pesante. «In futuro, come è già successo per l’elettrico, ci sarà una crescita. Secondo i dati dell’IEA nel 2050 i livelli di produzione dell’idrogeno saranno quadruplicati: di questi il 43% sarà idrogeno blu e il 48% verde, secondo un piano definito a livello europeo e mondiale. Nel caso dell’idrogeno probabilmente la crescita partirà dai trasporti pesanti, dai camion alle navi, fino ai treni. Noi intanto ci siamo attrezzati e cominceremo ad avere delle stazioni di servizio multifunzionali con l’elettrico, il biogas e l’idrogeno: in quest’ultimo caso il rifornimento è rapido, il pieno della macchina si fa in qualche minuto».

Starace: «La crescita degli elettrolizzatori mi ricorda quella dei pannelli solari»

Il tema dell’utilizzo della variante blu dell’idrogeno – prodotta con steam reforming del metano e cattura della CO2 (CCS) – è oggetto di dibattito. Il CEO del gruppo Enel Francesco Starace, intervenendo a entrambi i webinar, ha fornito la sua visione del periodo di transizione verso l’idrogeno verde: «Questa variante dell’H2 sarà competitiva entro un decennio. In questo lasso di tempo dobbiamo investire il più possibile sull’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili, da impiegare per elettrificare tutto ciò che è possibile e per produrre l’idrogeno verde necessario a decarbonizzare i settori “hard to abate” come l’acciaio, il cemento e la chimica. L’idrogeno va utilizzato in maniera intelligente: essendo il trasporto problematico e costoso, è meglio produrlo vicino ai punti di consumo».

Starace è poi entrato nel merito degli elettrolizzatori del futuro, paragonandoli ai pannelli solari di oggi. «Su questo tema in Europa c’è ancora da lavorare. L’elettrolizzatore è oggi un bene di lusso, di nicchia, che viene usato per applicazioni molto particolari in cui il costo dell’idrogeno prodotto non è considerato un fattore determinante. I pannelli solari hanno cominciato così, con un’applicazione di nicchia sui satelliti che girano intorno alla Terra. Nessuno aveva in mente che il fotovoltaico sarebbe diventato mainstream nell’industria energetica mondiale. Penso quindi che esistano i presupposti affinché anche gli elettrolizzatori, a livello di costi, possano diventare una tecnologia principale. Non ci vorrà molto per capirlo, di solito questi trend si inquadrano nei primi cinque anni».

Starace ha evidenziato la spinta che i player europei stanno mettendo in campo per un’industrializzazione e un’innovazione di questo settore, con l’obiettivo di abbattere la barriera dei costi. «Se ci riusciamo, potremo produrre idrogeno senza impronta di CO2, sostituendo l’idrogeno attualmente utilizzato con quello verde. E risparmiando così 830 milioni di tonnellate di CO2 emesse all’anno». Secondo il CEO del gruppo Enel, produrre idrogeno blu con la cattura e lo stoccaggio della CO2 richiede una tecnologia molto complessa e implica il fatto di individuare formazioni geologiche stabili in cui stoccarla: «Può darsi che questa tecnologia sull’idrogeno riesca a essere giustificata da un punto di vista economico, anche se bisognerà vedere quante parti d’Europa accetteranno di avere un giacimento di CO2 vicino alla loro popolazione… Alla fine credo che arriveremo prima ad abbattere i costi degli elettrolizzatori rispetto a quando si riuscirà a diminuire i costi dello stoccaggio di CO2».

La chimica verde per il rilancio dell’economia

Gli esperti intervenuti nei due eventi di Rcs Academy e Sole24Ore hanno poi allargato il raggio su altri aspetti legati alla transizione dell’idrogeno, tra cui la destinazione d’impiego. Non tutti ad esempio sono convinti che sia la soluzione giusta per le auto: soprattutto per le esigenze di mobilità urbana potrebbero essere le batterie ad affermarsi, mentre l’idrogeno avrebbe maggiori chance di diventare prioritario nel trasporto pesante, nelle ferrovie e nella navigazione, oltre che nei settori a decarbonizzazione difficile, come la siderurgia. Primo obiettivo per tutti è comunque insistere sulla strada dell’innovazione e sul costituire economie di scala, in modo da raggiungere il traguardo di abbassare i costi produttivi.

In rappresentanza del gruppo Maire Tecnimont, all’evento del Sole24Ore erano presenti il presidente Fabrizio Di Amato e il CEO Pierroberto Folgiero, che hanno sostenuto come la conversione dei siti industriali in chiave di economia circolare e in ottica di decarbonizzazione sia una parte fondamentale del modello di “Distretto Circolare Verde” sviluppato da NextChem, la controllata del gruppo specializzata nelle tecnologie della chimica verde e della transizione energetica.

«Il Recovery Fund è un’opportunità unica per la transizione energetica, non ci sarà mai più un momento come questo – ha detto Di Amato – I fondi ci sono, le competenze anche e le aziende possono essere parte attiva. Bisogna mettersi in gioco e procedere tutti insieme in una nuova fase. Per noi i rifiuti sono il petrolio del terzo millennio e il percorso all’interno del distretto verde inizia dai rifiuti plastici, passa per il gas di sintesi e arriva all’idrogeno. Occorre però lavorare sulla semplificazione normativa: faccio un appello al neoministro della Transizione Ecologica affinché si realizzi un codice ad hoc per le procedure sulla transizione energetica».

«Il distretto circolare verde – ha affermato Folgiero – unisce in una simbiosi vincente l’economia circolare e la chimica verde, dando prodotti a valore aggiunto alla prima e solidità economica alla seconda. Innovare è far accadere le cose utilizzando le tecnologie mature in maniera diversa: nel caso del distretto circolare verde usiamo tecnologie mature configurate in maniera “innovativa” e immediatamente cantierabili. Oggi si vive la transizione energetica come un problema solo di alcune compagnie, si vive l’idrogeno come un’opportunità solo per chi produce elettroni. La bravura è intrecciare queste industrie creando una simbiosi, unendo economia circolare ed economia verde».

Monti: «L’idrogeno è il modo più sostenibile per fare energia»

Intervenendo all’evento del Sole24Ore, il CEO di Edison Nicola Monti ha spiegato come l’idrogeno sia l’ennesima evoluzione, la più sostenibile che possiamo immaginare per fare energia. «Oggi c’è certamente un problema di costi e in questa fase di sviluppo del mercato è importante anche il ricorso all’idrogeno blu come vettore di transizione. In Edison abbiamo progetti in corso per inserire l’idrogeno nei processi produttivi di due impianti industriali: l’acciaieria di Tenaris Dalmine e una raffineria di Sonatrach ad Augusta in Sicilia. Di fatto l’idrogeno andrà a spiazzare settori di consumo dove non è possibile ipotizzare l’immediata sostituzione di altre fonti energetiche che hanno emissioni di carbonio, come le acciaierie, i cementifici e alcuni settori di trasporto: quello dove siamo più vicini a un range di competitività sono i trasporti ferroviari».

Secondo Monti, per alcuni settori l’idrogeno rappresenta una soluzione ideale per andare a sostituire il gas naturale. «In questa logica vediamo in futuro un collegamento tra fonti rinnovabili e idrogeno, con la costruzione di impianti di elettrolisi vicino ai poli di consumo. Come gruppo Edison abbiamo un ruolo di leadership sul fronte delle rinnovabili e su questo vogliamo continuare a incrementare. Oggi bisogna lavorare all’efficienza degli impianti di elettrolisi e per questo siamo interessati a investire anche insieme ad altri operatori del mercato. Ci sono tecnologie diverse, ma nessuna è ancora in grado di avviare una catena industriale a livello competitivo, è necessario concentrare degli incentivi in questa direzione. Gli interventi in bolletta hanno consentito un grande salto tecnologico nelle rinnovabili: ora bisogna intervenire sull’elettrolisi e incentivare i grandi consumatori a intervenire sui loro processi».

La posizione dell’ARERA

Su questi temi, grande attenzione anche per gli interventi di due rappresentanti dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente. «Bisogna superare la dimensione per compartimenti – ha detto Clara Poletti, Commissario di ARERA e presidente del Board dei Regolatori dell’Agenzia europea per la cooperazione dei regolatori dell’energia (Acer) – Nel caso dell’idrogeno bisogna ragionare con un approccio integrato orizzontale, in termini di filiera e di sviluppo ordinato tra domanda e offerta». Per ciò che riguarda il quadro regolatorio, Poletti vede differenze tra il gas e l’idrogeno e per questo non ritiene utile replicare i modelli già utilizzati: «La regolazione esistente dovrà adattarsi, serve coerenza, ma vanno cercate anche altre vie».

Secondo Stefano Besseghini, presidente di ARERA, nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) – il programma di investimenti che l’Italia deve presentare alla Commissione europea nell’ambito del Next Generation EU – c’e una differenza di scala, con l’idrogeno verde presentato come un’ambizione d’uso industriale e prototipale. «Credo sia doveroso esplorare questa curva tecnologica, ma la nostra produzione di energie alternative, non e sufficiente a generare energia in grado di gestire lo sviluppo dell’idrogeno verde». Per avviare quindi in tempi rapidi la decarbonizzazione dei settori ‘hard to abate’, sarà quindi necessario, secondo Besseghini, affidarsi almeno per il periodo iniziale all’idrogeno blu: «In questo contesto, l’H2 deve inserirsi in processi industriali già consolidati, in cui la competitività del prezzo è un fattore determinante. In ogni caso l’importante non è scegliere a priori una tecnologia piuttosto che l’altra, ma mantenere il focus sull’obbiettivo e adattare strada facendo le azioni attuate per raggiungerlo».

 


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